Non vi preoccupate, il paradiso è un posto bellissimo

Storia di Francesca Pedrazzini, una mamma che a 38 anni ha lasciato il marito e tre bambini. Il modo in cui ha affrontato la sofferenza e la morte ha convertito tanti e dimostrato che con Gesù anche la morte può essere strada alla vita.

 Può un funerale essere come un matrimonio? Può una bambina chiedere che il funerale della mamma sia una festa? Può una mamma che sta per morire, parlare con i suoi bambini e insegnare loro ad avere fede perché Gesù è buono e lei li vedrà e curerà dal cielo? Può una donna che sta per lasciare il marito ed i suoi bambini fare festa con gli amici in ospedale? Questo e altro ha fatto Francesca Pedrazzini, moglie e madre di 38 anni, salita in cielo dopo trenta mesi di combattimento con un tumore che l’ha uccisa. La sua vicenda ed il suo modo di affrontare il dolore e la morte così straordinariamente eroico sono stati raccontati nel libro di Davide Perillo, Io non ho paura, pubblicato dalle edizioni San Paolo.Ha narrato il marito Vincenzo Casella, il 21 agosto, nel corso di un incontro al Meeting di Rimini, dopo una serie di visite e esami, il 17 agosto 2012 la dottoressa lo prende da parte e gli dice “potrebbe essere questione di giorni. Al massimo qualche settimana”.E lì Vincenzo viene preso dall’angoscia: “Dirglielo? E come? E i bambini? E se poi crolla? Forse è meglio tacere per tenerla su di morale…”.Vincenzo chiede alla dottoressa, che gli confessa: “Guardi io sono una mamma. Se toccasse a me, vorrei sapere. Per decidere cosa fare con i miei bimbi”. Ma Francesca ha già capito. Chiama Vincenzo vicino al suo letto, lo guarda con una tenerezza grande.“Vincè – gli dice – io sono tranquilla. Non ho paura perché c’è Gesù”. “Ma non sei triste?”, le chiede Vincenzo, e lei: “No, non sono triste. Sono certa di Gesù. Anzi sono curiosa di quello che il Signore mi sta preparando. Mi spiace solo che la tua prova è più grande della mia. Sarebbe stato meglio il contrario…”.“E’ vero. Soprattutto per i bimbi”. Francesca mostra una serenità ed una forza straordinaria. Chiede di vedere i figli: Cecilia di 11 anni, Carlo di 8 e Sofia di 4.Li vede uno per volta per 15 minuti e gli dice: “Guardate, io vado in Paradiso. E’ un posto bellissimo, non vi dovete preoccupare. Avrete nostalgia, lo so. Ma io vi vedrò e vi curerò sempre. E mi raccomando, quando vado in Paradiso dovete fare una grande festa”. Vincenzo era lì e la guardava con gli occhi spalancati, senza parole. “Ha fatto una cosa – ha spiegato – che vale cinquant’anni di educazione di una mamma”. Così accade che il taxista che accompagna una amica al funerale di Francesca non ci voleva credere. Era sceso a domandare pensando che la cliente avesse sbagliato chiesa: “Ma davvero c’è un funerale qui? No, sa, tutta questa gente elegante, le facce… Io pensavo a un matrimonio”. Quando Mariachiara, la mamma di Francesca, aveva parlato con la dottoressa che la curava, questa le ha detto: “Una fede come quella di sua figlia non l’ho mai vista. Mi sarebbe piaciuto conoscerla un po’ di più. Le chiedo un piacere: se può, le dica che quando sarà in Paradiso si ricordi dell’ultimo medico che l’ha curata”. E Gianguido che aveva partecipato ai funerali, ha raccontato: “Sono rimasto impressionato dal funerale della Chicca (diminutivo in cui veniva chiamata Francesca, ndr). Io non credo in Dio. Ma non si può negare che lì c’era qualcosa. Qualcosa di straordinario che io non so spiegare”. Un uomo aveva una parente in ospedale negli stessi giorni di Francesca, malata terminale come lei. Una sera rimane stupito perché vede nella camera di Francesca una tavolata di persone che mangiano la pizza, scherzano e ridono. All’inizio si irrita, perché non può essere, poi viene contagiato dalla gioia di quelle persone. Ha raccontato: “Qualcosa come un inno alla vita mi entrava nel cuore, nell’anima e nella mente”. Al termine della pizza i presenti pregano insieme, e solo al momento dei saluti quell’uomo capisce chi è l’ammalata: è l’unica che rimane in ospedale. Nel libro, Io non ho paura quest’uomo racconta che l’immagine di quella donna di 38 anni madre di tre bambini, che si appresta a lasciare consapevolmente il mondo, sorridente e divertita di fronte ad una pizza con intorno i propri cari è come se gli avessero piantato “un chiodo nel cuore. Un chiodo come un seme che ha fatto germogliare una pianticella che è e sarà il mio inno alla vita”. Non saremo mai soli. Per questo Francesca non aveva paura”. Lorenza, amica della famiglia di Vincenzo, gli ha girato un tema fatto dalla figlia Letizia di 13 anni. Le era stato chiesto di fare un tema su “una persona che ti ha fatto crescere”. Lorenza ha scritto: “la persona che non dimenticherò mai è la mamma di tre bambini con cui andavamo in vacanza da piccoli. (…) è mancata a soli 38 anni. L’avevo incontrata al mare ed in montagna. Era contenta e allegra, era forte”. Steve Jobs citava un poeta che diceva “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” e Lorenza ha commentato, forse Francesca non aveva mai sentito queste parole, “ma viveva ogni secondo in modo speciale, un modo che mi ha cambiato le vacanze e ora penso, la vita”. “Per me – conclude Lorenza – è stata una grande testimonianza, (…) mi ha fatto capire di vivere la vita, viverla veramente secondo per secondo, e ora quando penso a lei mi chiedo se sto dando tutto quello che posso dare”. Alcuni hanno detto a Vincenzo: “Scusa se ti facciamo parlare di Francesca, lo sappiamo che è dura perché ogni volta la ferita si riapre”. E Vincenzo ha risposto: “Molti pensano che per superare bisogna dimenticare, ma per me è l’esatto contrario: più ripercorro quella esperienza più mi da pace”.

A VAM A SCOLA!

Ricordi di vita lontana che alle volte mi tornano in mente come fosse successo ieri.

In prima elementare, all’età di sei anni, perciò parlo di circa ottanta anni fa, i miei primi ricordi scolastici.

 La presenza a scuola, situata nel Palazzo Comunale, era alle otto.

C’era anche un grande cortile dove noi dato che si arrivava sempre prima dell’entrata alle lezioni,ne approfittavamo per giocare.

Tengo a precisare che la prima, seconda e terza classe erano tutte nella stessa aula e con una sola maestra. La quarta e la quinta classe si frequentavano a Mesenzana.

 

Il primo saluto per noi bambini era per il Messo comunale Lazzarini Luigi, da tutti chiamato Pircio. Alle volte arrivava il podestà, Poesina Cleto, ci ringraziava per il saluto e ci invitava ad abbassare la mano,consuetudine di quei tempi.

 

Due volte la settimana passava il Dott. Ponteviva proveniente dalla sua abitazione di Grantola, a piedi e mancavano ancora dieci minuti alle otto; dobbiamo tener presente che a quell’ora era già passato da Mesenzana e provveduto a eventuali pazienti.

 A uno di noi bambini diceva:” Balin, va su a vedè se ghè un quei bigliett!”.

Infatti le visite venivano fatte a domicilio e chi aveva bisogno lasciava un biglietto col proprio nome in una cassettina situata all’esterno del Comune.

 Ringraziava, faceva le sue visite, poi si avviava con il suo bastone verso Roggiano.

 Per i piccoli mali la gente lo aspettava per strada e lui consigliava la cura.

Aveva sempre con sé la pinza per strappare i denti e, per chi ne aveva bisogno, lo faceva sedere sul primo muretto a disposizione, levava la pinza dalla tasca e strappava il dente, era l’unica cura a nostra disposizione; terapia consigliata: risciacqui con acqua e aceto!

Fate un confronto con i giorni nostri.

 

L’insegnante che avevamo si chiamava Emanuelita e ancora i più grandi di me si ricordano di questa brava e gentile persona che aveva trovato alloggio a Villa Zosi, mio padrino di battesimo.

Si era molto affezionata al nostro paese tanto da acquistare un terreno con l’intenzione di farsi una casetta, ma poi questa idea non andò a buon fine.

 

Alle otto precise apriva la scuola, ci metteva in fila per due e si entrava in aula in silenzio, si ripeteva   il saluto fascista, infatti siamo nel 1932, poi un minuto di silenzio, il segno della Santa Croce, l’Ave Maria, viva il Duce, viva il Re e s’ incominciavano le lezioni.

C’erano alle pareti delle carte murali (i moderni poster), raffiguranti un contadino che impugnava l’aratro trascinato dai buoi e arava i campi, un’ altro con uomini e donne che tagliavano il grano, poi una grande e numerosa famiglia a tavola dove la mamma distribuiva sui piatti la pietanza e la polenta fumante in mezzo al tavolo, un contadino con la ranza in mano che tagliava il fieno, un altro invece raffigurava due persone, marito e moglie in piedi davanti a un camino spento: era il segno di una famiglia che non aveva risparmiato ridotta in povertà.

Tutto quello che si vedeva alle pareti faceva parte dell’educazione scolastica.

 

Avevamo anche una bella biblioteca in legno di frassino piena di bei libri donata dal Cav. Achille Giorgetti.

Quando tolsero la scuola da Brissago, la bella biblioteca sparì, forse assieme a tante cose che facevano parte della nostra Chiesa, però sono sempre alla ricerca per sapere dove è andata a finire, anche per rispetto del donatore, forse le autorità d’allora avrebbero dovuto avere più interessi sulla fine di certi valori.

Peccato, sarebbe stato bello e interessante per noi ma anche per i giovani poter sfogliare ancora quei vecchi libri d’allora.

 

La nostra brava insegnante Emanuelita sulla stufa a legna nella nostra aula teneva sempre una caraffa di latte; quando era ben caldo, passandomi una mano sulla fronte, me lo dava da bere.

Allora ero un bambino fragile, molto spesso ammalato, tanto che non riuscivo mai a portare a termine l’anno scolastico. Evidentemente quel latte datomi con tanto amore deve avermi fatto molto bene perché in seguito diventai un giovane forte   e in salute.

Questa maestra è sempre nei miei più cari ricordi, come fosse stata una seconda madre, non solo per me, ma per tutti noi.

 

Questa era la scuola, la nostra scuola, povera ma ugualmente ricca per le nostre storie, la nostra infanzia, la nostra comunità, le nostre speranze, guidate da queste insegnanti che hanno cercato di aiutarci in quegli anni dove la vita non era certamente delle più facili.

Grazie alla scuola che secondo me è la soluzione di base specialmente in tutti quei paesi che ancora oggi sono paragonabili, se non peggio, ai nostri tempi lontani.

 

Menotti Enrico

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