CHI SONO IO?

Una mattina un bambino chiese alla mamma:
Mamma, chi sono io?
Come chi sei? – chiese stupita la mamma. – Sei mio figlio.
E per i nonni?
Per i nonni sei il nipote.
E per Carlina?
Sei suo fratello.
E per Luca?
Per Luca sei suo cugino.
“Che bellezza!” pensò tra sé il bambino.

“Non è ancora mezzogiorno e sono un sacco di persone.

Sono figlio, nipote, fratello e cugino!”
Poi scese in cortile e incontrò Luigi che gli gridò:
Ciao, amico! Giochi con me?
Il bambino sorrise:

Che bello! Ora sono anche amico e pure compagno,

perché Luigi è il mio vicino di banco a scuola!

(Gianni Rodari)

Facciamo che sia il piccolo Davide di questo racconto, a rispondere al Golia postmoderno, paladino della gender theory, delle famiglie arcobaleno, degli ovuli comprati, degli uteri affittati, dei figli ordinati a catalogo. Gridiamolo dai tetti che non siamo venuti dal nulla, che non ci siamo dati la vita, che “due papà” o “due mamme” è un insulto alla natura, alla realtà, alla ragione, prima ancora che un’idiozia linguistica. E che è falso (e pericoloso) il delirio di onnipotenza di cui, ormai da un po’, van cianciando sui giornali e alla tivù..
«Chi sono io?»

E’ storia di rapporti, è la realtà, è la vita. Mia e tua, di te che leggi. Questo siamo: relazione.
Relazione deriva da religo, e l’etimologia ricorda il legame, ma relazione deriva anche da refero (relatum), e il significato richiama l’attribuzione di senso. Questo breve testo, nella sua semplicità, ci ricorda che per capire chi siamo dobbiamo sempre, necessariamente, fare riferimento ad un altro. Che il nome non l’abbiamo scelto e racconta se siamo femmine o maschi. Che il cognome dice che apparteniamo a una stirpe e siamo anello di una catena, rapporto con una madre, un padre, una sorella, un fratello, dei nonni, degli zii, dei cugini…, dentro una storia relazionale che non ci siamo dati. Legami che non sono lacci che imprigionano, come vorrebbero farci credere i guru dell’autodeterminazione, ma sono sostegno, dono, ricchezza.
Solo adulti che odiano i bambini possono dire che sradicarli intenzionalmente fa lo stesso. Che non sapere da dove e da chi si viene è la stessa cosa che conoscere la propria origine.
E poi. Nella differenza che il bambino avverte rispetto sua madre, sua sorella, i suoi amici, impara anche il “limite” del corpo. Quel bambino capisce che non è “tutto”, che sua sorella non è “tutto”: non sono onnipotenti. Certo è limite e confine, il suo e il nostro corpo, ma la realtà insegna che è proprio nell’incontro con l’altro, il diverso da me, che posso generare. Così è accaduto tra il padre (maschio) e la madre (femmina) del protagonista del racconto. Tra i suoi nonni, pure. Ed è così dalla notte dei tempi.
Diffondiamolo, questo raccontino! Il corpo parla dell’origine: ricorda da chi sono nato, da che incontro, da quale amore, e rimanda alle somiglianze con chi mi ha preceduto. Il mondo di esseri indifferenziati che piace tanto agli aedi del gender porta alla stagnazione, alla sterilità, e invece è solo grazie alla differenziazione sessuale che è possibile andare oltre noi stessi e generare. Lo capisce anche un bambino. Il primo modo per volergli bene è raccontarli la verità.
Questa.

Saro Luisella

PAPA FRANCESCO: LEZIONE SULLA BUONA POLITICA

Papa Francesco: lezione sulla buona politica

di Massimo Introvigne

Molti discorsi di Papa Francesco sono solo apparentemente semplici. Vale per l’omelia pronunciata a braccio il 27 marzo nella Messa celebrata in San Pietro con oltre cinquecento parlamentari italiani. Inutile cercarci, come al solito, riferimenti a leggi controverse in discussione in Parlamento.

Il Papa ha ripetuto fino alla noia che di queste cose devono occuparsi gli episcopati nazionali, non il Pontefice. E invece ai parlamentari il Papa ha offerto una profonda lezione sulla corruzione delle classi politiche. La Scrittura, ha detto, propone «un dialogo fra i lamenti di Dio e le giustificazioni degli uomini. Dio, il Signore, si lamenta. Si lamenta di non essere stato ascoltato lungo la storia.

E’ sempre lo stesso: “Ascoltate la mia voce… Io sarò il vostro Dio… Sarai felice…” – “Ma essi non ascoltarono né prestarono orecchio alla mia parola, anzi: procedettero ostinatamente secondo il loro cuore malvagio. Invece di rivolgersi verso di me, mi hanno voltato le spalle” (Ger 7,23-24). È la storia dell’infedeltà del popolo di Dio». Dunque Dio entra in vari modi nella storia, parla, si rivela agli uomini.

Ma gli uomini «ostinatamente» non lo ascoltano. Già nel Vecchio Testamento «è stato un lavoro molto, molto grande quello del Signore per togliere dal cuore del suo popolo l’idolatria, per farlo docile alla sua Parola. Ma loro andavano su questa strada per un po’ di tempo, e poi tornavano indietro. E così per secoli e secoli, fino al momento in cui arrivò Gesù». Si potrebbe immaginare che, arrivato Gesù, l’ostinazione degli uomini abbia fatto finalmente un passo indietro e abbiano cominciato ad ascoltare il Signore, abbandonando l’idolatria. Ma non è stato così. «Alcuni dicevano: “Costui è il Figlio di Dio, è un grande Profeta!”; altri, quelli di cui parla oggi il Vangelo, dicevano: “No, è uno stregone che guarisce con il potere di Satana”.

Il popolo di Dio era solo, e questa classe dirigente – i dottori della legge, i sadducei, i farisei – era chiusa nelle sue idee, nella sua pastorale, nella sua ideologia. E questa classe è quella che non ha ascoltato la Parola del Signore». Dunque abbiamo il Signore che parla e la classe dirigente – politica e religiosa, ma all’epoca le due erano strettamente legate – che si rifiuta di ascoltarlo. Più Dio parla chiaramente – quando arriva Gesù molti capiscono che il messaggio è proprio di origine divina, è difficile negarlo – più i poteri forti di questo mondo devono inventarsi giustificazioni per non ascoltarlo. Così la classe dirigente del tempo «per giustificarsi dice ciò che abbiamo sentito nel Vangelo: “Quest’uomo, Gesù, scaccia i demoni con il potere di Beelzebul” (Mt 11,15). E’ lo stesso che dire: “E’ un soldato di Beelzebul o di Satana o della cricca di Satana”, è lo stesso. Si giustificano di non aver ascoltato la chiamata del Signore».

Però la parola di Gesù è inesorabile, e denuncia una «classe dirigente che si era allontanata dal popolo. Ed era soltanto con l’interesse nelle sue cose: nel suo gruppo, nel suo partito, nelle sue lotte interne». Il Papa lo ricorda ai parlamentari italiani. le classi dirigenti che tradivano «erano più che peccatori: il cuore di questa gente, di questo gruppetto con il tempo si era indurito tanto, tanto che era impossibile ascoltare la voce del Signore. E da peccatori, sono scivolati, sono diventati corrotti.

È tanto difficile che un corrotto riesca a tornare indietro. Il peccatore sì, perché il Signore è misericordioso e ci aspetta tutti. Ma il corrotto è fissato nelle sue cose, e questi erano corrotti. E per questo si giustificano, perché Gesù, con la sua semplicità, ma con la sua forza di Dio, dava loro fastidio. E, passo dopo passo, finiscono per convincersi che dovevano uccidere Gesù».La spirale è inesorabile: dal rifiuto di ascoltare la parola di Dio, chiusi nelle proprie beghe di partito, alla corruzione, e dalla corruzione all’omicidio. Questi «dirigenti» che lavorano contro il bene comune anziché a suo favore, insiste il Papa, sono peggiori dei peccatori comuni. Lo sono perché non si limitano a comportarsi male. Giustificano il loro cattivo comportamento e lo trasformano in ideologia. Questa ideologia delle classi dirigenti corrotte normalmente fa appello in modo ipocrita alla legalità e al dovere – degli altri. Questi dirigenti «hanno fatto resistenza alla salvezza di amore del Signore e così sono scivolati dalla fede, da una teologia di fede a una teologia del dovere: “Dovete fare questo, questo, questo…”. E Gesù dice loro quell’aggettivo tanto brutto: “Ipocriti! Tanti pesi opprimenti legate sulle spalle del popolo. E voi? Nemmeno con un dito li toccate! Ipocriti!”.

Hanno rifiutato l’amore del Signore e questo rifiuto ha fatto sì che loro fossero su una strada che non era quella della dialettica della libertà che offriva il Signore, ma quella della logica della necessità, dove non c’è posto per il Signore». Molti politici corrotti di ieri come di oggi sono «comportamentali. Uomini di buone maniere, ma di cattive abitudini. Gesù li chiama, loro, “sepolcri imbiancati”. Questo è il dolore del Signore, il dolore di Dio, il lamento di Dio». È un tema centrale della polemica di Gesù contro i Farisei e di San Paolo contro i dottori della legge che rifiutano il cristianesimo. Il Papa non ce l’ha con il senso del dovere, o con i doveri reali. Nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2014 ha indicato puntigliosamente i doveri che incombono su chi ha responsabilità politiche ed economiche.

Il bersaglio della sua polemica è un altro: è costituito dall’ipocrisia delle classi dirigenti mascherata da appelli fasulli al dovere, dall’inganno dei «dottori del dovere» che hanno «perso la fede» e che impongono con zelo agli altri doveri che non hanno nessuna intenzione di compiere essi stessi. Certo, Papa Francesco non fa esempi concreti. Ma smaschera la dinamica oscura della corruzione degli uomini politici, e li invita a convertirsi. Alla fine, è questo l’unico segreto della buona politica.

BAGNASCO

Bagnasco: «Genitori, non fatevi intimidire dalla dittatura gender»

Il cardinale al Consiglio permanente Cei: «Ci chiediamo con amarezza se si vuol fare della scuola dei campi di rieducazione e di indottrinamento». Il nuovo governo metta «in movimento crescita e sviluppo».

di ANDREA TORNIELLI

La società ha il «grave dovere» di «non corrompere i giovani con idee ed esempi che nessun padre e madre vorrebbero per i propri ragazzi» e i cittadini hanno «il diritto ad una scuola non ideologica e supina alle mode culturali imposte»: lo ha detto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, in un passaggio della prolusione con la quale ha aperto i lavori del Consiglio permanente dei vescovi, puntando molto sull’emergenza educativa e sulle difficoltà vissute dalla scuola cattolica.

Bagnasco ha aspramente criticato gli opuscoli che parlano dell’identità di genere distribuiti negli istituti italiani, parlando di «logica distorta e ideologica», a proposito dei tre volumetti intitolati “Educare alla diversità a scuola”, destinati alle scuole primarie e alle secondarie di primo e secondo grado. «In teoria – ha aggiunto il presidente della Cei – le tre guide hanno lo scopo di sconfiggere bullismo e discriminazione – cosa giusta –, in realtà mirano a “istillare” (è questo il termine usato) nei bambini preconcetti contro la famiglia, la genitorialità, la fede religiosa, la differenza tra padre e madre… parole dolcissime che sembrano oggi non solo fuori corso, ma persino imbarazzanti, tanto che si tende a eliminarle anche dalle carte».

«È la lettura ideologica del “genere” – una vera dittatura – che vuole appiattire le diversità, omologare tutto fino a trattare l’identità di uomo e donna come pure astrazioni. Viene da chiederci con amarezza – ha detto Bagnasco – se si vuol fare della scuola dei “campi di rieducazione”, di “indottrinamento”. Ma i genitori hanno ancora il diritto di educare i propri figli oppure sono stati esautorati? Si è chiesto a loro non solo il parere ma anche l’esplicita autorizzazione? I figli non sono materiale da esperimento in mano di nessuno, neppure di tecnici o di cosiddetti esperti. I genitori non si facciano intimidire, hanno il diritto di reagire con determinazione e chiarezza: non c’è autorità che tenga».

Sul banco degli imputati, nelle parole di Bagnasco, c’è «l’iperindividualismo» che caratterizza le società occidentali, dove riemergono le ideologie «sotto vesti diverse, ma con la medesima logica e arroganza». Un segno di ciò, afferma il cardinale «sta nel fatto che l’obiezione di coscienza è ormai sul banco europeo degli imputati: non è più un diritto dell’uomo? E l’Europa dà al mondo un esempio di comunità di popoli, ciascuno con un proprio volto e storia? E perché accade che in Europa alcune serie “raccomandazioni” sono tranquillamente disattese, mentre altre – non senza ideologismo – vengono assunte come vincoli obbliganti?». Bagnasco non le cita, ma tra le raccomandazioni disattese a cui potrebbe riferirsi ci sono quelle sulla libertà di educazione e sulla parità scolastica, o quelle sulla condizione delle carceri; mentre tra quelle «assunte» il riferimento potrebbe essere al «diritto» di aborto o al tema del gender.

L’Occidente vive secondo il presidente dei vescovi italiani una fase di «neocolonialismo culturale» e vuole imporre «con mezzi spesso ricattatori, finanziamenti in cambio di leggi immorali, contrari alle identità di popoli e nazioni che vogliono mantenere le proprie radici». Ma se «l’Occidente vuole corrompere l’umanesimo, sarà l’umanesimo che si allontanerà dall’Occidente e troverà – come già succede – altri lidi meno ideologici e più sensati».

Bagnasco ha anche ribadito l’importanza del «valore della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla nascita, dalla crescita alla piena maturità, dal declino fino alla morte naturale», una difesa, quella della vita nascente, ha spiegato citando Papa Francesco, che «è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano».

Il cardinale ha parlato dei «diritti del bambino, oggi sempre più aggredito: ridotto a materiale organico da trafficare, o a schiavitù, o a spettacolo crudele, o ad arma di guerra, quando non addirittura esposto all’aborto o alla tragica possibilità dell’eutanasia. Ciò grida vendetta al cospetto di Dio». E ha citato pure «la tratta delle donne, la violazione – a volte fino alla morte – della loro dignità».

LA FEDE DEI FIGLI

La fede dei figli

Ci preoccupiamo moltissimo per i nostri figli, a volte anche per motivi futili. Ma davanti a tutto dovremmo mettere il loro rapporto con Dio. Per loro dobbiamo desiderare la vita eterna, dunque che conoscano e amino Dio. Ecco qualche suggerimento.

di Costanza Miriano

Da quando sono mamma la mia attività principale, il mio core business, la mia ragione sociale è diventata preoccuparmi. Svolgo la mia attività con metodica dedizione, con precisione certosina. Non perdo occasione per preoccuparmi, per ciascuno dei quattro figli, per tutti i possibili pericoli, veri o immaginari, ai quali sono esposti. A seconda della loro età, poi, le mie preoccupazioni si specializzano in uno o in un altro settore. Quando erano piccoli le insidie si nascondevano in un rigurgito latteo, in un osso di prugna, in una pentola bollente. Poi si sono annidate in uno scivolo troppo alto o in una collanina che poteva impigliarsi. Oggi però ho nuovo e più ricco materiale ad alimentare le mie ansie materne. Non ci sono solo le insidie alla salute del corpo: studierà abbastanza? Quanto può uscire (il grande)? Quanto contatto con la tecnologia (tutti)? Come dosare severità e amore? Regole ed eccezioni? Coccole e stimoli a migliorarsi? Avrò sbagliato moltissimo o solo molto?
Insomma, è difficile per una mamma rilassarsi, visto che la parte più preziosa del suo cuore si aggira da sola per il mondo, fuori del suo corpo, e lei non solo non può, ma anche non deve imprigionarla, quella parte del suo cuore, nel suo abbraccio soffocante. Per fortuna ci sono i padri, che salvano i figli dalla stretta, e mantengono la lucidità quando le mamme vanno in ansia.

La preoccupazione più importante

C’è però una cosa di cui forse alcuni di noi dovrebbero preoccuparsi di più, non di meno. Oltre che dell’altalena che minaccia di colpire il bambino, insieme ai detersivi scambiati per limonata, la domanda delle domande è: come trasmettere la fede ai nostri figli? Perché prima ancora della ricerca della formula dell’educazione perfetta (che, come è noto, non esiste, e per quanto mi riguarda sono lontana anche da quella quasi perfetta), i genitori devono chiedersi: che tipo di padre e madre vogliamo essere? Cosa desideriamo, anzi, come dice la formula battesimale, cosa chiediamo a Dio per i nostri figli? Vogliamo che vincano il Nobel? L’Oscar? Il Pulitzer? L’oro olimpico? Che siano belli? Che siano ricchi? Di successo? Colti? Intelligenti? Genericamente buoni? Simpatici? Noi per i nostri figli chiediamo la vita eterna, e quindi che conoscano e amino Dio. Questo innanzitutto è utile a mettere le priorità, e a saper tralasciare alcune cose (pare che l’occultamento di spinaci dentro ai tovaglioli non sia ostativo all’ingresso nel regno dei cieli) a vantaggio di altre. Stabilito che la priorità è trasmettere la fede in Dio, ci si può cominciare a chiedere come fare.

Non oberarli di attività

Tanto per cominciare, nel nostro caso per esempio quando abbiamo capito che le troppe attività pomeridiane toglievano serenità ai bambini, soprattutto ai più piccoli, mio marito ed io abbiamo tagliato. Si fanno pochissime cose, e si lascia tanto tempo per pensare, giocare liberamente, riposare. La vita interiore infatti ha bisogno di tempi, e non può svilupparsi in una griglia di impegni frenetici. Per lo stesso motivo non abbiamo voluto la scuola a tempo pieno, nonostante questo comporti qualche piccolo sforzo organizzativo (niente in confronto al piacere di stare insieme).

Affidarli a educatori validi e ortodossi

Una volta procurati spazi e tempi, si può entrare nel cuore del problema: come parlare di Dio ai bambini. Auguro a tutti di essere radicati in un buon tessuto parrocchiale, in una comunità di credenti che funzioni, con buoni sacerdoti che facciano la dottrina come si deve. Sappiamo che non sempre è così, anche se è auspicabile stare nella propria parrocchia, ed eventualmente essere anche il lievito che la aiuti a crescere. Quando la mancanza di sintonia è proprio totale (sappiamo che purtroppo ci sono parroci anche lontani dal magistero), ci si può magari appoggiare a un’altra realtà ecclesiastica, con il proposito onesto e fermo di riportare in parrocchia il bene ricevuto altrove, sennò finisce che le persone e le energie migliori vengono assorbite dai movimenti, e non lievitano più. Questo comunque è un altro tema.

Indipendentemente dalla qualità dei pastori, c’è senza dubbio un lavoro che nessuno può fare al posto dei genitori. Il catechismo è di solito un’ora a settimana, mentre quello che possiamo fare noi è ogni giorno, tante e tante ore. E possiamo parlare non solo con le parole, ma anche e soprattutto con il nostro modo di essere, dal quale, è risaputo, i bambini imparano molto di più: è con gli occhi, molto più che con le orecchie, che ci ascoltano i figli. Per questo io credo che il primo lavoro da fare sia su noi stessi. Radicare in Cristo la nostra fede, e rafforzarla. Essere persone serie, credibili. Non possiamo dare ciò che noi per primi non possediamo. Quando un bambino vede che per la mamma e il babbo il rapporto con Dio viene prima di ogni altra cosa; quando vede che i genitori sacrificano qualcosa di importante per alimentare la propria fede (il riposo, lo shopping, lo sport, per pregare o magari per andare a una messa feriale); quando un bambino vede che trattiamo Dio con serietà, non come uno spauracchio, né come una slot machine a cui chiedere favori; quando vede i genitori sereni e fiduciosi, abbandonati al Padre, beh, quello è un bambino fortunato, che ha delle certezze e che, nonostante i difetti e i limiti delle persone che ha vicine, sa da che parte voltare lo sguardo.

Parlare di Dio con serietà

È fondamentale parlare con serietà di Dio ai bambini. Lo scrivo per la terza volta, perché mi sembra la qualità che più manca ai noi contemporanei. Non si può dipingere Gesù come un tenero bambolotto biondo, o come un succedaneo di Babbo Natale. La storia della salvezza è una storia seria, fatta anche di sangue, di un corpo immolato per noi, di un Padre tenerissimo, che però non c’entra niente con la magia, con l’emozione, con le lucine, gli angioletti svolazzanti. I bambini crescono, e anche velocemente, e ben presto rifiutano quel tipo di messaggi, con il rischio che rifiutino insieme anche Dio, se quella è stata l’unica immagine loro proposta. Si sentiranno presi in giro, la loro intelligenza sottovalutata. Un’altra cosa fondamentale è rispondere sempre seriamente alle domande, con impegno, impiegando tempo ed energie (tralasciamo il fatto che le domande più importanti a me vengono rivolte da sotto le coperte, la sera, quando la luce è spenta e l’orario di limite massimo posto dal padre drammaticamente superato, e bisogna parlare sottovoce per non incorrere in una ramanzina: si può sempre rimandare al giorno dopo, ma non bisogna assolutamente dimenticare di rispondere). Se non si conosce la risposta, si può anche dire. C’è il Catechismo della Chiesa Cattolica sempre a nostra disposizione (ce lo avete, vero, in casa, come ha raccomandato il Papa?). Ci sono tanti bravi sacerdoti a cui sottoporre le questioni a cui non dovessimo saper rispondere (per esempio, l’Ufficio Catechistico della Diocesi di Roma sta mettendo su youtube ogni settimana un video in cui un padre dell’ordine dei Filippini, Maurizio Botta, risponde alle domande dei bambini che io, come mamma, gli sottopongo). Insomma, essere veri e profondi credenti, e sempre ricordare che il vero Padre e la vera Madre dei nostri figli non siamo noi.

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DA NON PERDERE
A gennaio è nato Junior T, “il Timone dei ragazzi”. Per dar loro una mano a consolidare la fede, per innaffiare quel seme che genitori, catechisti, educatori hanno già impiantato nel loro animo. Storie, notizie, fumetti educativi, vita illustrata dei santi, curiosità, Bibbia e Vangelo a fumetti. Ma anche giochi, barzellette, indovinelli, in un mensile agile, gradevole, coloratissimo, facile da leggere e soprattutto utile. Utile a far crescer la fede cattolica nei nostri ragazzi. Presentatelo al vostro parroco, al viceparroco – che solitamente si prende cura dell’oratorio – ai catechisti e agli educatori, invitandoli a chiedercene copie saggio (omaggio!) per i loro ragazzi.

IL TIMONE N. 120 – ANNO XV – Febbraio 2013 – pag. 12 – 13

LETTERA DI PAOLO CEVOLI

E’ la lettera che Paolo Cevoli ha scritto alla Fondazione Enzo Piccinini

Carissimi.
Volevo ringraziare gli amici e i fratelli che oggi hanno pregato sulla tomba di Enzo Piccinini e tutti quelli che ci sono vicini nella preghiera per implorare la guarigione di nostro figlio Davidino. Veramente vi sentiamo vicini. Non pensavo proprio che si potesse trovare una tale vicinanza nella preghiera. Ho cominciato ad intuire cosa sia la Comunione dei Santi in cui, per altro, ho professato ripetutamente di credere nella recita del Credo.

“La Chiesa universale è costituita da tre grandi rami che si chiamano Chiesa “militante”, “paziente” e “trionfante”, in quanto che i suoi membri o si trovano ancora a lottare tra le battaglie della presente vita, o espiano in purgatorio l’ultimo debito dovuto alla divina giustizia, o finalmente godono in cielo il premio della loro vittoria.” Fonte: Treccani.

Noialtri saremmo i militanti. Che abbiamo un compito specifico. Julián Carrón nella sua ultima lettera ha riportato l’esortazione di Papa Francesco. “Mostriamo di vivere in modo concreto la fede, attraverso l’amore, la concordia, la gioia, la sofferenza, perché questo suscita delle domande, come all’inizio del cammino della Chiesa: perché vivono così? Che cosa li spinge?”

Martedì mattina 22 ottobre verso le 10 mi squilla il telefono: Cevoli Davide. Non era lui. Dall’altra parte c’era il caposala del pronto soccorso del S.Raffaele di Milano. Nel cellulare di Davide aveva trovato “Babbo” fra i contatti. “Suo figlio è qui da noi. Ha avuto un brutto incidente in scooter.” “È vivo?” “Per miracolo”. Il caposala aveva ragione.

Lunedì sera, poche ore prima dell’incidente, mi trovavo a Modena, nell’Aula Magna della facoltà di Medicina. IV edizione del Premio Enzo Piccinini. I promotori mi avevano chiesto di fare un intervento. Fra le svariegate cose ho parlato del termine “miracolone” così come viene usato in Romagna. Dicasi “miracolone” quella persona che tende a esagerare sempre, che ogni cosa gli sembra eccezionale anche quando invece, per tutti gli altri normali, è normale. Fonte: Cevoli Paolo.

Albert Einstein, che non era tanto normale, ha detto. “Ci sono due modi di vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che ogni cosa è un miracolo”

I miei genitori hanno sempre fatto dei gran “miracoli” di fronte a tutto. Anche troppo, che a me mi dava piuttosto fastidio. Anche Enzo Piccinini mi dava fastidio perché era un gran “miracolone”. Soprattutto quando, per fare un esempio, esultava davanti ad un salame tagliato a fette grosse attorno a un tavolo con gli amici. Enzo esultava davanti ad ogni fetta di salame. E non solo. Esultava di fronte a tutto. Tutto era per lui un miracolo. Mi sembrava sempre troppo esagerato. Anche perché, spesso e volentieri quei salami lì, non era poi tutta ‘sta gran roba.

Io mi considero figlio di Enzo che a sua volta era figlio di don Giussani che un giorno ha detto.
“Il miracolo è la realtà umana vissuta quotidianamente, senza enfasi eccezionali, senza necessità di eccezioni, senza fortune particolari, è la realtà del mangiare, del bere, del vegliare e del dormire investita dalla coscienza di una Presenza che ha i suoi terminali in mani che si toccano, in facce che si vedono, in un perdono da dare, in soldi da distribuire, in una fatica da compiere, in un lavoro da accettare.”

Martedì mattina, appena ho messo giù il telefono col caposala del S. Raffaele, o forse anche nel mentre, ho pensato a Enzo Piccinini. “Enzo, adesso tocca a te”. Lui faceva il chirurgo. Era molto bravo. A me personalmente mi ha fatto l’ernia inguinale. Che magari come operazione non è poi così difficile. Però alla mia mamma, per fare un esempio, gli ha salvato la vita perché dopo che l’ha operata il suo tumore alla pancia, ancora oggi, non si è più visto.

Morale, martedì mattina passo da casa a prendere calze, mutande e camice. Avevo capito che saremmo stati a Milano per un po’. Prima di partire tiro su anche tre santini che li tengo nel mio studio vicino a dei libri. La Madonnina, don Giussani ed Enzo Piccinini. Alcuni li ho doppi. Andando in macchina con la Betta abbiamo detto il Rosario con i santini appoggiati sul navigatore e per tutto il tempo i nostri cellulari sono rimasti muti. Anche giovedì quando siamo tornati in macchina a Bologna a fare delle cose, durante il Rosario, i telefonini son rimasti muti. Che non vi immaginate quante telefonate abbiamo ricevuto in questi giorni! Per la precisione, alla Betta, nel mentre dei due Rosari, un sms gli è arrivato. A me neanche quello.

Portato all’ospedale dopo l’incidente, Davide aveva le convulsioni, era intubato e aveva un GCS 3, il minimo.
“Il GCS (grado di coma) va da 3 (coma profondo) a 15 (paziente sveglio e cosciente).” Fonte: Wikipedia.
Alla terza Tac nel giro di 24 ore l’ematoma cerebrale non c’era più. Scapola e clavicola fratturata e qualche micro frattura ad alcune vertebre. Ha avuto una gran shakerata al cervello quindi dice un sacco di pataccate ma i medici ci dicono di stare tranquilli. Speriamo! È difficile per un padre descrivere in una parola il proprio figlio. Tatiana Kasatkina, la studiosa di letteratura russa, quando è venuta al Meeting ha detto che i ragazzi volontari avevano gli occhi che gli brillavano. Fra quei ragazzi c’era anche Davide.

Che sembra migliorare lentamente. Ieri, per la prima volta, ha voluto alzarsi e fare una passeggiatina in corridoio. Difatti si è stancato tantissimo. Durante la giornata attraversa varie fasi. Un momento difficile è la sera, al calar delle tenebre, che lui vaneggia, svariona e zavaglia. Ride e piange in continuazione. Non ha freni inibitori. Dice quello che gli passa per la mente, compreso apprezzamenti ad amiche in visita che normalmente la sua riservatezza non gli avrebbe mai permesso di fare.
Non sono certo un esperto di cervellistica ma mi sembra che per Davide, tacere o trattenere i sentimenti, gli costi troppa fatica. E così smolla tutto con un collegamento diretto dal cervello al tubo della bocca.
I momenti più difficili di queste giornate sono quando Davide ti guarda con gli occhi persi. Guarda senza vedere, come se dentro si fosse spenta la sua luce.

Siccome oggi non siamo potuti venire a pregare sulla tomba di Enzo, siamo andati sulla tomba di don Giussani qui al Monumentale di Milano. A pregare la Madonna in qualità di militanti.

Maria, Madre dolce e tenera, ascolta le preghiere dei tuoi poveri figli, di nulla capaci. Te lo chiediamo, piangenti, per l’amore di tuo Figlio, fai brillare ancora gli occhi di Davidino. E anche i nostri.

Amen

Paolo Cevoli
Lacrimarum Valley, 27 ottobre 2013

LA VITA (E LA MORTE) IN DIRETTA

La vita (e la morte) in diretta


Questo pomeriggio, avendo fatto gli auguri ai genitori di Massimiliano Tresoldi per il loro compleanno, ho appreso da Lucrezia che sarebbe stata in TV alle 18, circa, per una puntata de «La vita in diretta» in cui avrebbe potuto raccontare la storia vissuta con suo figlio Massimiliano, uscito da uno stato vegetativo dopo ben 10 anni (e questo è certamente un fatto significativo in Italia e forse nel mondo, aprendo certo a nuovi scenari nei confronti della vita in quelle condizioni).

Non guardo abitualmente la TV, ma siccome c’era in trasmissione la famiglia di Max, mi sono fermato davanti allo schermo di Rai 1.

E quale il mio sconcerto quando, dopo avere ascoltato – per pochi minuti – la straordinaria storia del risveglio di Max, ho visto un’ospite in studio, tale Alda D’Eusanio, fissare la telecamera e rivolgersi alla propria madre, chiedendole di non fare – nel caso le fosse capitato qualcosa di analogo all’incidente di Massimiliano – “come la mamma di Max”; di non fare assolutamente nulla, perché “non è vita, quella!” e dunque non sarebbe il caso di riportare in vita, in quelle condizioni, chi avesse avuto tale sorte.

Dopo un evidente impaccio dei presentatori in studio (subito affrettatisi a dare avvio alla pubblicità) mamma Lucrezia ha potuto dire che non c’è stato affatto bisogno di riportare in vita suo figlio, perché non era mai morto.

Ora mi chiedo (e credo che in tanti si siano posti la stessa domanda): «Ma perché in ogni trasmissione bisogna dare spazio al contraltare, solo se quello che si dice non è politically correct, mentre chi afferma posizioni «aberranti» ha sempre libertà di azione?»

“Ci vorrebbe una educazione del popolo”, diceva tempo fa don Giussani. Ora sembra che la cosiddetta educazione sia nella imposizione statale della menzogna, della ideologia gender, e di rifiuto dell’idea che ogni vita sia degna, in qualsiasi condizione si trovi. Chissà se – dopo avere esaltato le scarpe nere di Papa Francesco e la sua croce di ferro – sapremo anche ascoltare i suoi accorati appelli contro la «cultura dello scarto» e la «globalizzazione della indifferenza»?

Don Gabriele Mangiarotti

IL PRIMATO DELLA PERSONA SECONDO FRANCESCO

Il primato della persona secondo Francesco

di Riccardo Cascioli

Nell’intervista de La Civiltà Cattolica il Papa parla praticamente di tutto: di sé, della Chiesa, dei gesuiti, del mondo, delle riforme necessarie.
Ma parla soprattutto della persona, delle persone. E della missione che è portare a tutti, anzi a ciascuno, l’annuncio della salvezza. Dio è venuto per salvare ogni uomo, questa è la certezza fondamentale attorno a cui ruota tutto: «Io ho una certezza dogmatica: Dio è nella vita di ogni persona, Dio è nella vita di ciascuno.

Anche se la vita di una persona è stata un disastro, se è distrutta dai vizi, dalla droga o da qualunque altra cosa, Dio è nella sua vita. Lo si può e lo si deve cercare in ogni vita umana. Anche se la vita di una persona è un terreno pieno di spine ed erbacce, c’è sempre uno spazio in cui il seme buono può crescere. Bisogna fidarsi di Dio».

Ma l’uomo non si salva da solo: «L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso. L’appartenenza a un popolo ha un forte valore teologico: Dio nella storia della salvezza ha salvato un popolo. Non c’è identità piena senza appartenenza a un popolo. Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare».

Questa ansia di portare Dio a ogni uomo, di accompagnare ogni uomo incontrandolo nella sua strada per portarlo a Cristo, è ciò che meglio definisce questo Papa, è la chiave di lettura per tutti gli argomenti che poi affronta. E accompagnare l’uomo è anzitutto curare le sue ferite: «La cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi – ha detto – è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite…». Dal suo parlare aperto con padre Antonio Spadaro (direttore de La Civiltà Cattolica) che lo intervista, si comprende come quello di papa Francesco non sia tanto un parlare frutto di un’analisi sulla Chiesa e sul mondo moderno, quanto la sua esperienza che desidera trasmettere agli altri.

Egli stesso ha vissuto l’incontro con Cristo come una grande misericordia di Dio nei suoi confronti, ed è evidente da come all’inizio dell’intervista definisce se stesso: “Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato». Siamo tutti peccatori, tutti abbiamo bisogno di essere salvati, è l’attesa più vera e più profonda di ogni uomo. E Dio viene per rispondere a questo nostro grido. Ma qui il Papa fa anche una precisazione importante, riguardo ai confessori: «Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».

La certezza della salvezza che Dio ci dona è ciò che la Chiesa deve anzitutto annunciare, ed è anche la fonte della speranza: «A me non piace usare la parola “ottimismo”, perché dice un atteggiamento psicologico. Mi piace invece usare la parola “speranza” secondo ciò che si legge nel capitolo 11 della Lettera agli Ebrei (…). I Padri hanno continuato a camminare, attraversando grandi difficoltà. E la speranza non delude, come leggiamo nella Lettera ai Romani».Il nostro compito è anzitutto «fare spazio a Dio», cercarLo in ogni cosa, in ogni incontro: quella del Papa è una visione movimentista, l’esperienza di un uomo posseduto da quella sana inquietudine di Dio che genera la pace nel cuore e un inesauribile muoversi nel mondo. Da qui nasce anche la scarsa simpatia del Papa per chi ha una visione statica, per «chi tende in maniera esagerata alla “sicurezza” dottrinale», per chi cristallizza la dottrina riducendo la fede a ideologia. «Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus…».

E’ in questo contesto che allora si comprendono anche quelle frasi del Papa che da ieri sera tutti i giornali e i tg riportano nei loro titoli, ovvero l’accoglienza per i divorziati risposati, per gli omosessuali, per le donne che hanno abortito. Non intendeva pronunciarsi a favore del divorzio, dell’aborto e delle unioni gay, come qualcuno auspica e come i titoli possono lasciare intendere. Papa Francesco ha invece spiegato chiaramente che la morale è conseguenza dell’incontro con Cristo e non viceversa: solo facendo esperienza della misericordia di Dio si cambia vita, anche dal punto di vista morale. «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione».

E su questo non c’è dubbio, di tutte queste discussioni sui “nuovi diritti” se ne farebbe volentieri a meno. Ma qui bisogna anche riconoscere che divorzio, aborto, contraccezione, matrimoni fra persone dello stesso sesso non sono tanto una fissazione della Chiesa, quanto un’ossessione che da decenni domina la cultura laicista dell’Occidente. Non è un caso che della lunghissima intervista al Papa quasi tutti i media abbiano ripreso con grande evidenza solo quel passaggio che rafforza l’immagine (falsa e interessata) di un Francesco intento a picconare la dottrina della Chiesa. Ed è per questo che all’inizio consigliavamo di leggere tutta l’intervista se vogliamo davvero capire il Papa.

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