LA VITA (E LA MORTE) IN DIRETTA

La vita (e la morte) in diretta


Questo pomeriggio, avendo fatto gli auguri ai genitori di Massimiliano Tresoldi per il loro compleanno, ho appreso da Lucrezia che sarebbe stata in TV alle 18, circa, per una puntata de «La vita in diretta» in cui avrebbe potuto raccontare la storia vissuta con suo figlio Massimiliano, uscito da uno stato vegetativo dopo ben 10 anni (e questo è certamente un fatto significativo in Italia e forse nel mondo, aprendo certo a nuovi scenari nei confronti della vita in quelle condizioni).

Non guardo abitualmente la TV, ma siccome c’era in trasmissione la famiglia di Max, mi sono fermato davanti allo schermo di Rai 1.

E quale il mio sconcerto quando, dopo avere ascoltato – per pochi minuti – la straordinaria storia del risveglio di Max, ho visto un’ospite in studio, tale Alda D’Eusanio, fissare la telecamera e rivolgersi alla propria madre, chiedendole di non fare – nel caso le fosse capitato qualcosa di analogo all’incidente di Massimiliano – “come la mamma di Max”; di non fare assolutamente nulla, perché “non è vita, quella!” e dunque non sarebbe il caso di riportare in vita, in quelle condizioni, chi avesse avuto tale sorte.

Dopo un evidente impaccio dei presentatori in studio (subito affrettatisi a dare avvio alla pubblicità) mamma Lucrezia ha potuto dire che non c’è stato affatto bisogno di riportare in vita suo figlio, perché non era mai morto.

Ora mi chiedo (e credo che in tanti si siano posti la stessa domanda): «Ma perché in ogni trasmissione bisogna dare spazio al contraltare, solo se quello che si dice non è politically correct, mentre chi afferma posizioni «aberranti» ha sempre libertà di azione?»

“Ci vorrebbe una educazione del popolo”, diceva tempo fa don Giussani. Ora sembra che la cosiddetta educazione sia nella imposizione statale della menzogna, della ideologia gender, e di rifiuto dell’idea che ogni vita sia degna, in qualsiasi condizione si trovi. Chissà se – dopo avere esaltato le scarpe nere di Papa Francesco e la sua croce di ferro – sapremo anche ascoltare i suoi accorati appelli contro la «cultura dello scarto» e la «globalizzazione della indifferenza»?

Don Gabriele Mangiarotti