Una mattina un bambino chiese alla mamma:
Mamma, chi sono io?
Come chi sei? – chiese stupita la mamma. – Sei mio figlio.
E per i nonni?
Per i nonni sei il nipote.
E per Carlina?
Sei suo fratello.
E per Luca?
Per Luca sei suo cugino.
“Che bellezza!” pensò tra sé il bambino.

“Non è ancora mezzogiorno e sono un sacco di persone.

Sono figlio, nipote, fratello e cugino!”
Poi scese in cortile e incontrò Luigi che gli gridò:
Ciao, amico! Giochi con me?
Il bambino sorrise:

Che bello! Ora sono anche amico e pure compagno,

perché Luigi è il mio vicino di banco a scuola!

(Gianni Rodari)

Facciamo che sia il piccolo Davide di questo racconto, a rispondere al Golia postmoderno, paladino della gender theory, delle famiglie arcobaleno, degli ovuli comprati, degli uteri affittati, dei figli ordinati a catalogo. Gridiamolo dai tetti che non siamo venuti dal nulla, che non ci siamo dati la vita, che “due papà” o “due mamme” è un insulto alla natura, alla realtà, alla ragione, prima ancora che un’idiozia linguistica. E che è falso (e pericoloso) il delirio di onnipotenza di cui, ormai da un po’, van cianciando sui giornali e alla tivù..
«Chi sono io?»

E’ storia di rapporti, è la realtà, è la vita. Mia e tua, di te che leggi. Questo siamo: relazione.
Relazione deriva da religo, e l’etimologia ricorda il legame, ma relazione deriva anche da refero (relatum), e il significato richiama l’attribuzione di senso. Questo breve testo, nella sua semplicità, ci ricorda che per capire chi siamo dobbiamo sempre, necessariamente, fare riferimento ad un altro. Che il nome non l’abbiamo scelto e racconta se siamo femmine o maschi. Che il cognome dice che apparteniamo a una stirpe e siamo anello di una catena, rapporto con una madre, un padre, una sorella, un fratello, dei nonni, degli zii, dei cugini…, dentro una storia relazionale che non ci siamo dati. Legami che non sono lacci che imprigionano, come vorrebbero farci credere i guru dell’autodeterminazione, ma sono sostegno, dono, ricchezza.
Solo adulti che odiano i bambini possono dire che sradicarli intenzionalmente fa lo stesso. Che non sapere da dove e da chi si viene è la stessa cosa che conoscere la propria origine.
E poi. Nella differenza che il bambino avverte rispetto sua madre, sua sorella, i suoi amici, impara anche il “limite” del corpo. Quel bambino capisce che non è “tutto”, che sua sorella non è “tutto”: non sono onnipotenti. Certo è limite e confine, il suo e il nostro corpo, ma la realtà insegna che è proprio nell’incontro con l’altro, il diverso da me, che posso generare. Così è accaduto tra il padre (maschio) e la madre (femmina) del protagonista del racconto. Tra i suoi nonni, pure. Ed è così dalla notte dei tempi.
Diffondiamolo, questo raccontino! Il corpo parla dell’origine: ricorda da chi sono nato, da che incontro, da quale amore, e rimanda alle somiglianze con chi mi ha preceduto. Il mondo di esseri indifferenziati che piace tanto agli aedi del gender porta alla stagnazione, alla sterilità, e invece è solo grazie alla differenziazione sessuale che è possibile andare oltre noi stessi e generare. Lo capisce anche un bambino. Il primo modo per volergli bene è raccontarli la verità.
Questa.

Saro Luisella

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